UNA PROPOSTA PER RENDERE SINERGICI I SALVATAGGI BANCARI RISPETTO ALLE ESIGENZE DEL PAESE

UNA PROPOSTA PER RENDERE SINERGICI I SALVATAGGI BANCARI RISPETTO ALLE ESIGENZE DEL PAESE

 

È doveroso, da parte mia, premettere che sono un fautore della “fallibilità” dell’impresa bancaria, poiché tale convincimento potrebbe influenzare lo svolgimento che seguirà. Tuttavia, non esporrò in questa sede le ragioni del citato pensiero, rinviando, chi ne avesse la curiosità, agli scritti segnalati in nota*.

Il panorama dei salvataggi bancari, mi riferisco al nostro Paese ma all’estero la situazione cambia poco, è corposo e, probabilmente, ancora in divenire. Lo schema più seguito è quello di svuotare le banche in crisi dai crediti non performanti e, così «ripulite», metterle sul mercato, si fa per dire. Una “bad bank” con soggetto economico pubblico acquisisce i predetti crediti nonché, in qualche caso, quelli cosiddetti incagliati ad un valore che ne sconta lo stato «non performing».

Il predetto schema, come ci mostra la situazione globale, presenta delle variabili: un caso è quello della grande, storica banca senese al cui salvataggio partecipa lo Stato intervenendo sul capitale di rischio attraverso la Cassa Depositi e Prestiti. L’intervento appare condiviso dall’Unione Europea, rispetto alle condizioni limitative degli aiuti di stato. Non è opportuno, in questa sede, indagare su tale aspetto, mentre occorre ritornare, sul tema specifico del presente lavoro.

Cominciamo con la ricerca di chi ci ha guadagnato. Esaminando, in primo luogo, la situazione dei depositanti.

La loro tutela è al centro della normativa italiana dal 1926 ed ora interessa, inevitabilmente, anche quella dell’Unione Europea.

Fermo tale obiettivo, proviamo a domandarci quali sono gli altri soggetti che lo schema di salvataggio prescelto avvantaggia e quali, se ci sono, quelli dallo stesso svantaggiati.

Dal punto di vista economico, non c’è dubbio che “il soggetto” beneficiato è chi ha acquisito la «polpa» delle banche risanate, e cioè senza crediti insoluti ed incagliati, gratuitamente, e cioè corrispondendo il controvalore simbolico di un euro. La domanda che occorre porsi è cosa abbia fatto di significativamente utile il salvatore: a mio parere proprio nulla.

Si potrebbe immaginare che “l’acquirente” sia stata chiamato a farsi carico dell’impegno sociale delle banche acquisite nei confronti dei loro occupati, ma non è così. Infatti, subito dopo la “felice” operazione, l’amministratore delegato di una banca beneficiata dalla procedura, si è affrettato ad annunciare qualcosa come seimila esuberi. Su chi graverà il conseguente carico sociale? Non è certo tranquillizzante, sul piano della concretezza, la dichiarazione che non si tratterà di licenziamenti ma di “scivoli”, perché, comunque ci sono dei costi di cui qualcuno dovrà farsi carico ed è lecito dubitare che tale soggetto possa essere la “banca salvatrice”, perché non ne ha né l’intenzione, né, probabilmente, i mezzi. A proposito di quest’ultimo aspetto, appare interessante riflettere sull’esistenza o meno di un piano industriale, almeno triennale, dell’acquirente dal quale risultino le prospettive economiche e finanziarie funzioni dell’acquisizione.

Mi auguro che tale documento esista e che sia stato attentamente valutato da chi ha autorizzato l’operazione e, soprattutto, che le prospettive reddituali non siano legate al numero degli sportelli acquisiti ma alle potenzialità di una banca dimensionalmente più allineata al mercato e, quindi, più efficace ed all’avanguardia nella gestione del credito e del risparmio, sempre più on-line.

Se così non fosse, la ricaduta negativa sul sistema finanziario nazionale sarebbe terribile, perché coinvolgerebbe un’istituzione creditizia di dimensioni maggiori.

Pensando «positivo» rimane sempre il predetto tema della ricaduta sociale dell’operazione, che coinvolge, in primo luogo, l’aspetto occupazionale.

Sarà, infatti, la collettività a doversi far carico degli oneri connessi con gli ammortizzatori sociali, che, per le ragioni esposte, dovranno essere attivati. Ciò significa, prelievo fiscale o quantomeno la difficoltà, se non l’impossibilità, di una riduzione dello stesso, come, invece, vanno promettendo i Governi che si sono succeduti, almeno negli ultimi tre lustri, alla guida del nostro Paese.

La conclusione delle considerazioni esposte è che c’è un soggetto che guadagna ed uno Stato, e cioè la collettività che lo costituisce, che perde.

La domanda è: tale conclusione va imputata alla struttura dell’intervento oppure a qualche aspetto dello stesso che potrebbe essere corretto?

La risposta corretta, a mio parere, è la seconda. Infatti, la motivazione all’acquisto della bad bank è di tipo speculativo, nel senso più proprio del termine e cioè finalizzato al guadagno.

Nulla da obiettare, ma anche il «venditore» si muove nel medesimo indirizzo speculativo per ricevere il plauso dal suo «soggetto economico», che rientrerà con margini interessanti dal proprio investimento.

Ciò comporta che i lotti di offerta saranno formati mirando alla massimizzazione dell’incasso, indipendentemente dal loro utilizzo successivo, che potrebbe essere foriero di guadagni anche in funzione di gravami importanti per il pubblico.

È il caso dell’immobile per il quale l’acquirente presenterà un progetto di demolizione e successiva edificazione con destinazione diversa, che comporta opere di urbanizzazione il cui onere viene a ricadere sul Comune dove si intende realizzare il progetto.

Non intendo segnalare un aspetto per il quale occorre scandalizzarsi, ma semplicemente portare la riflessione sulla possibilità di realizzare il patrimonio acquisito dalla “bad bank” con un’intonazione più aperta al “welfare”. Così, è immaginabile che crediti e garanzie possono riguardare più immobili ubicati in zone diverse ma funzionali alla realizzazione di “social house”. Questo è un aspetto di grande rilievo in termini di welfare, perché potrebbe andare incontro alla soluzione delle residenze universitarie, all’ospitalità per genitori che hanno figli ricoverati in strutture pediatriche le quali non hanno spazi per garantire tale ospitalità, alle residenze per anziani e quant’altro. Peraltro, l’“assortimento” dei beni espressi dall’universalità dei crediti non performanti è estremamente vario, vi si possono trovare diritti di attracco, terreni agricoli e tanto altro che, probabilmente, il singolo operatore, nel caso di specie l’acquirente dei NPL, non può finalizzare in senso socio-economico; vale a dire, con riferimento ai due esempi che precedono, per costruire o rilanciare un porticciolo turistico o per realizzare un’area agricola dimensionalmente adeguata per essere impiegata al meglio in produzioni quantitativamente e qualitativamente rispondenti alla richiesta di mercato.

Ne consegue che la predetta finalità potrebbe essere conseguita attraverso un coordinamento degli «Enti» gestori dei ricordati crediti, utilizzando una «cabina di regia» la quale, valutando i mezzi a disposizione e conoscendo le esigenze collettive, possa orientare gli interventi verso il migliore risultato in termini di interesse socio-economico.

 

Claudio Bianchi

(Il testo integrale dell’articolo può essere consultato sul sito www.bianchiandpartners.it)

* Qualche riflessione sull’“impresa bancaria”, in www.bianchiandpartners.it. La sintesi dello scritto è pubblicata su “Panorama”, n° 41 del 28 settembre 2017.