Qualche riflessione sull’“impresa bancaria”

 

Quando, nell’altro secolo, studiavo all’Università tecnica bancaria, i Maestri dell’epoca insegnavano che la banca era l’unica azienda in grado di svolgere la propria attività pur non disponendo di capitale proprio.

Motivavano tale assunto con riferimento all’attività bancaria, quale intermediatrice tra i risparmiatori ed i prenditori di capitali per esigenze personali o delle imprese che gestivano. Quindi, il fulcro dell’equilibrio gestionale era la correlazione tra la raccolta del risparmio e l’impiego dello stesso, in quanto quest’ultima attività doveva essere esercitata con modalità e termini idonei a garantire sempre ai depositanti la possibilità di ritirare quanto affidato alla banca.

Nel contesto operativo descritto, appare evidente che, effettivamente, il capitale proprio o di rischio non era tecnicamente necessario.

Ma la banca, con l’andare del tempo, ha aggiunto agli impieghi gli investimenti, i quali non dovevano essere finanziati dalla raccolta ma da mezzi propri. Così non è stato e non è, motivo per cui l’Autorità di Vigilanza è intervenuta ed, a tutela dei depositanti, ha imposto una misura idonea di capitale proprio, espresso in una formulazione particolare chiamato, non a caso, “patrimonio ai fini di vigilanza”.

Il mutamento del ruolo delle banche si è ulteriormente accentuato nel tempo, tant’è che le stesse sono divenute investitori immobiliari, gestrici di partecipazione in società di assicurazioni, di servizi, tra i più disparati, ed in tutti i settori economici e finanziari.

Così si è anche manifestato il pericoloso rapporto della banca controparte del proprio depositante nelle negoziazioni di derivati ed in genere di titoli ad altissimo rischio, fatti apparire interessanti per il loro elevato rendimento.

La logica dell’impresa vocata al profitto è penetrata nella mentalità del manager bancario, il quale, abiurando spesso all’originaria vocazione sociale del credito, ha cercato, con fusioni ed accordi la dimensione più favorevole al suo obiettivo.

In tale contesto la tutela del risparmio rimane la stella polare della normativa, anche della più recente e cioè quella successiva alla presa d’atto delle difficoltà, per non dire crisi, in cui versavano tante banche nel nostro Paese. Da qui il Fondo Atlante (2016), il Fondo di risoluzione (2015, derivato dalla Direttiva Comunitaria BRRD) e gli interventi nelle crisi bancarie, avendo sempre come obiettivo primario la tutela dei risparmiatori.

Pur plaudendo alla citata finalità di fondo dei suddetti provvedimenti, è lecito chiedersi: se la banca è un’impresa a tutti gli effetti, inevitabilmente tra questi c’è il rischio d’impresa che, poi, altro non è se non il rischio di mercato, con la conseguenza che se è sopraffatta da quest’ultimo per incapacità gestionale o per altre cause, dovrebbe avere la stessa sorte di tutte le imprese operanti in un qualsiasi altro settore economico.

La conduzione dell’impresa bancaria è, comunque, fortemente condizionata dalla responsabilità sociale legata, appunto, alla raccolta e gestione del risparmio. Ciò significa che i piani gestionali, la loro esecuzione, il controllo degli stessi necessita della massima cura, vale a dire di team professionali estremamente preparati e con una particolare attenzione al rispetto dell’etica.

In sostanza, l’impresa in questione ha un contenuto sociale peculiare, rispetto alle altre, per le quali l’impegno sociale primario concerne l’aspetto occupazionale.

Assodato ciò, si può immaginare di isolare la citata peculiarità e considerare l’impresa banca assimilabile a qualsiasi altra impresa di servizi, piuttosto che manifatturiera o mercantile.

Ne consegue che, seguendo tale ragionamento, l’impresa bancaria dovrebbe essere assoggettata a tutte le conseguenze alle quali sono sottoposte le altre in caso di crisi. Stressando tale considerazione si deve concludere che la banca può fallire alla stregua di ogni altra tipologia aziendale.

È facile obiettare che anche per l’azienda di credito è prevista una procedura analoga al fallimento, la liquidazione coatta amministrativa, che si distingue da quest’ultimo perché l’Autorità che vi sovraintende è quella di Vigilanza bancaria e non un magistrato a ciò delegato. Non casualmente, infatti, l’Autorità di Vigilanza è sostanzialmente la stessa che, proprio per le ricordate peculiarità sociali, la controlla nella normale attività e se rileva scostamenti dai canoni della corretta gestione la sottopone alla procedura di amministrazione straordinaria, sostituendo con esponenti di sua fiducia gli amministratori ed i sindaci in carica.

L’osservazione in retrospettiva e, soprattutto concentrata nel presente, evidenzia, con il proliferare delle complicazioni economico-finanziarie anche in banche di grandi dimensioni, ogni sforzo dell’Autorità preposta per evitare la liquidazione e, quindi, la chiusura delle banche in crisi. Ciò ha comportato l’«invenzione» del processo di risoluzione con tanto di organismo preposto e la costituzione dell’omonimo fondo, di cui ho fatto cenno in precedenza. Non si tratta di un’iniziativa italiana, poiché tutto è fatto in derivazione della direttiva europea cosiddetta BRRD (Bank Recovery and Resolution Directive), ma ciò non esime dall’analisi della situazione nazionale e dalla specifica attivazione che in relazione alla stessa è stata data.

Il gestore di un’azienda, qualunque ne sia la dimensione, la complessità, l’area operativa deve avere coscienza dell’impegno sociale che l’organizzazione e l’attività aziendale comportano. Tra questi si segnala, in «primis», l’occupazione negli aspetti quantitativi e qualitativi, come si lavora in azienda, e, poi, tutti quelli che legano detta attività al suo ambiente esterno, contrasto all’inquinamento sotto i vari possibili profili.

La banca, come già osservato, ha una specifica tipologia di impegno sociale riveniente proprio dalla sua originaria attività di intermediatrice tra chi le conferisce il proprio risparmio e chi le chiede prestiti per le proprie esigenze. Tale peculiarità comporta l’obbligo di generare quella specifica fiducia che induce, da un lato, il risparmiatore ad affidare alla banca i suoi risparmi e dall’altro, il richiedente prestiti a riconoscere nella stessa un’istituzione capace di comprendere e valutare le sue esigenze.

Lo specifico impegno sociale, rispetto a quello indicato per tutte le altre tipologie di imprese dal quale, peraltro, non è scevra, la sottopone ad una specifica vigilanza pubblica mirata, di fatto, a tutelare chi conferisce capitali all’istituzione creditizia.

I creditori tipici delle banche sono i depositanti, nelle forme ormai più diverse, e questi non reclamano i loro capitali, se non in casi particolarmente eclatanti oggi consegnati alla letteratura specializzata. Tutto ciò perché hanno fiducia nel fatto che la banca sarà salvata e con essa i loro risparmi.

Qualche fondata obiezione a tale assunto viene offerta dall’esame delle situazioni di crisi più recenti, dove si è vista la mobilitazione di risparmiatori e di associazioni di consumatori a tutela dei diritti dei primi. Tali diritti discenderebbero dalla sottoscrizione di titoli subordinati da parte di clienti “sprovveduti”, invitati a ciò da bancari che ne avrebbero aggirato la buona fede. L’uso del condizionale viene indotto dalla circostanza che non tutti i sottoscrittori risultano così ingenui e, comunque, incapaci di interpretare un prospetto informativo e valutare, quindi, il rischio connesso con l’investimento.

È, comunque, un fatto che l’Autorità sovraordinata alla tutela del risparmio sia intervenuta prima dell’entrata in vigore del «bail-in», cercando e trovando una soluzione per quattro banche in crisi irreversibile, indotta dai suoi crediti “non performing”.

In qualche modo, così, sono state salvate imprese bancarie sicuramente non gestite tenendo in dovuta considerazione il rischio di mercato, tradotto per loro in affidamenti concessi senza una corretta valutazione del rischio, reso ancor più evidente dalla crisi economica che attanaglia l’economia globale dal 2008.

Dalle indicazioni sinteticamente esposte deriva, a mio sommesso parere, il dilemma:

  • far seguire alle imprese bancarie in crisi la stessa traiettoria di quelle operanti in altri settori, orientando l’eventuale intervento pubblico, che si riverbererà prima o poi sulla totalità dei contribuenti, esclusivamente a salvaguardia dei risparmiatori;

  • seguitare sulla strada fino ad ora percorsa, e cioè salvare la banca e con questa il proprio contenuto sociale incentrato, come detto, sul risparmio raccolto.

La seconda opzione non c’è dubbio che ha dato risultati eccellenti per i risparmiatori come per l’istituzione bancaria e, spesso, per gli stessi gestori di quest’ultima, anche se responsabili consapevoli dei danni arrecati.

L’idea che la crisi di un’azienda di credito comporti conseguenze sull’intero sistema creditizio, destabilizzandolo con danni diretti sul risparmio e la fiducia dei risparmiatori e collaterali sul mercato dei capitali, il quale potrebbe diventare asfittico se non più alimentato da un adeguato flusso di risparmio, ha dominato nel mondo e favorito la tutela complessiva dell’attività bancaria.

L’ipotesi avanzata sulle ragioni della citata scelta ci portano all’analisi costi/benefici con riferimento all’ipotesi di scissione tra la gestione dell’impresa bancaria e la tutela del risparmio.

Il termine scissione non è forse il più appropriato, poiché non ho in mente una conduzione bancaria che non tenga conto del carico sociale derivante dalla gestione del risparmio, né tantomeno il superamento del controllo dell’Autorità di Vigilanza sovraordinato.

Ritengo, però, che una volta diagnosticato il tipo di crisi che ha colpito la banca occorre adoperarsi per risolverla, ma se una soluzione non si trova utilizzando razionali criteri aziendalistici occorre procedere ad una liquidazione di tipo concorsuale, che può essere il fallimento o la liquidazione coatta amministrativa.

In altri termini, gli sforzi per salvaguardare i risparmiatori vanno fatti ma scindendoli dall’impresa bancaria che dovrà percorrere l’iter che ne determinerà la dissoluzione.

La sintesi del ragionamento è che, a mio sommesso parere, l’aiuto pubblico dovrebbe concentrarsi solo  sulla salvaguardia dei risparmiatori, facendo anche un severo screening tra coloro che incolpevolmente sono stati danneggiati e quelli che, avendo le capacità, per esempio, di valutare le offerte della banca hanno sottoscritto la più rischiosa per “fame” di lucro.

Mi rendo conte che con la mia tesi sto sconfessando il «too big to fail», e cioè la teoria che una grande azienda di credito non può fallire, perché si sconvolgerebbe il sistema creditizio, ma io non credo in tale teoria. Infatti, il principio che una grandissima impresa non possa fallire perché si sconvolgerebbe il sistema sociale dovrebbe riguardare qualunque attività aziendale, giacché è proprio la dimensione del contenuto occupazionale, ovvero il cuore sociale dell’impresa, che determina lo sconvolgimento, ma gli interventi sono previsti a protezione di tale aspetto attraverso i vari ammortizzatori sociali, anche se la grande impresa arriva al fallimento.

Se per seguire la «traiettoria» da me auspicata occorra mutare la struttura normativa si pone un tema da sottoporre al vaglio di giuristi, personalmente, quale aziendalista, posso dire che non mi pare ci sia nulla da cambiare sotto il profilo dell’impianto giuridico, quella che va modificata è la soluzione operativa, avendo il coraggio di lasciare al proprio destino fallimentare le imprese bancarie in crisi irreversibile., incentrando gli interventi sulla tutela dei risparmiatori in “buona fede”.

Ogni impresa, peraltro, quando entra in crisi ha, tra gli altri, il ricordato, grave problema sociale degli occupati, che è, spesso, al centro della ricerca della modalità per uscire dalla stessa. Non è esente da tale aspetto l’impresa bancaria, ma anche per essa l’eventuale soluzione del problema dei dipendenti rientra nel «pacchetto crisi» e, quindi, lo si affronta, come per ogni altra azienda, all’interno della modalità finalizzata a risolvere lo stato di crisi.

In altri termini l’uguaglianza: salvataggio bancario = tutela del risparmio non convince sul piano operativo e su quello più spiccatamente concettuale.

L’osservazione empirica, lo ripeto, dimostra tanti casi di salvataggi, utili ai risparmiatori, ma non forieri di risultati definitivi per la specifica crisi della banca, che, spesso, esprime un germe che viene trasmesso al tessuto di quella utilizzata, attraverso acquisizione e/o fusione, come strumento per risolvere il default dell’altra.

Quanto ci è dato di osservare negli ultimi due anni non smentisce il dubbio sul pericolo adombrato, dimostrando che le soluzioni passano attraverso aiuti pubblici i quali, comportano, spesso, vantaggi speculativi per chi si è offerto quale «salvatore».

 

Prof. Claudio Bianchi