NEL CAOS LA SVOLTA OBBLIGATA, CON LA SPERANZA CHE SIA QUELLA CHE IL PAESE VUOLE

 

 

“Non bisogna perdere altro tempo, occorre fare le riforme subito”. E’ chiaro il segnale del capo dello Stato Giorgio Napolitano. Così come è chiaro che le riforme vadano portate a compimento nel minor tempo possibile perché il Paese ha bisogno di cambiare marcia e rinnovare il suo assetto istituzionale. Ma come? Nella chiarezza più assoluta della strada da imboccare, infatti, regna un’entropia, se possibile, quasi parossistica: tutti d’accordo su “cosa fare” (superamento del bicameralismo perfetto, legge elettorale, ridefinizione dei poteri e delle competenze fra Regioni e Stato, lavoro e molto altro) ma in disaccordo sul “come farlo”.

 

Grazie ai balletti che stanno andando in scena in questi giorni tra “Patto del Nazareno” e dissidenti e tra Pd e Ms5, una sorta di bizzarra commistione di coreografie diverse, l’iter di approvazione delle agognate riforme sta divenendo sempre più lungo ed estenuante. Provando a fermare per un attimo questa variopinta giostra politica e mediatica e provando a fare una pacata riflessione, emerge come effettivamente qualcosa in questo Paese si stia finalmente muovendo (il che non significa che lo stia facendo necessariamente verso la giusta direzione) dopo lustri trascorsi nell’immobilismo più totale fra leggi ad personam e inchieste giudiziarie. E ciò sta accadendo indiscutibilmente per la contrapposizione politica nata tra il nuovo corso del Pd (così decisionista da sembrare quasi autoritario) e il Ms5 (populista e “intransigente”) che messi di fronte all’ineluttabile cambiamento che il Paese pretende, stanno gioco-forza producendo una dialettica che porterà sicuramente ad una svolta.

 

Un segnale piuttosto chiaro, in questo senso, è arrivato poche ore fa con l’apertura, seppur con i “distinguo” del caso, del Movimento Cinque Stelle alle proposte scritte avanzate dal Partito Democratico: dieci punti programmatici ai quali sono seguiti dieci sì da parte dei grillini. La svolta, dunque, è dietro l’angolo. Ma occorre capire quale sarà l’esito finale di questa partita che è ormai ai titoli di coda e che avrà dei vincitori e degli sconfitti, con la flebile speranza che siano gli italiani a gioirne.

 

Non vi è dubbio però che l’impianto generale delle riforme, così com’è concepito da Renzi e dal suo Esecutivo, figlio anche degli accordi con Berlusconi, delinei un assetto istituzionale che, oltre che pasticciato, si presenta a forte rischio di democrazia. Mi spiego meglio. L’Italicum, infatti, oltre ad avere le famose liste bloccate (incostituzionali ma ciò nonostante già presenti nel nostro ordinamento), prevede dei meccanismi di assegnazione del premio di maggioranza, sì in grado di dare governabilità, ma del tutto iniqui rispetto alle reali proporzioni delle diverse forze politiche.

 

Quest’ultime, va ricordato sempre, sono elette in rappresentanza del voto espresso dai cittadini e quindi salvaguardano il pluralismo del Paese, quintessenza della democrazia. Con questo meccanismo, altresì, le opposizioni non conterebbero più nulla. Se a questi processi, ai quali sempre meno si potrà opporre una sana dialettica democratica all’interno delle istituzioni preposte (le camere), uniamo una possibile riforma che riguarda i poteri del Capo dello Stato (da potenziare) e un Senato non elettivo con tanto di immunità, beh, ecco come la svolta autoritaria è servita.

 

Allora, ben venga in questo momento storico, un ruolo di bilanciamento e di dialettica del Ms5 e di tutti coloro che stanno dissentendo rispetto al pacchetto riforme della maggioranza (che è doveroso risottolinearlo: così come sono vanno bocciate senza appelli). A patto che, oltre al dissenso, vi sia un approccio propositivo e di costruzione che porti realmente al tanto auspicato cambiamento che tutti vogliamo. Perché questa volta le riforme o si fanno, o imploderemo definitivamente come sistema-paese.