L’ITALIA DEL BUONISMO DI MANIERA

Clap, clap, clap: applausi per il discorso di Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica uscente dopo nove anni al comando delle istituzioni del nostro Paese. Elogi e plausi da molte parti per il commiato di un uomo mite, con l’aspetto del nonno a cui noi tutti abbiamo voluto bene. Insomma, una commovente scena della nostra vita repubblicana, in linea con uno spirito natalizio dal sapore ecumenico. Tutto bello dunque? Purtroppo no. Nonostante le premesse, infatti, se ci si sofferma ad analizzare i passaggi del discorso del Presidente, con lo sguardo critico verso gli ultimi anni del nostro recente passato, affiora prepotente una sorta di sentimento di fastidio, tendente alla rabbia.

Innanzitutto, perché nell’incipit presidenziale vi è chiaramente espressa la volontà di dimettersi per i “segni di un affaticamento” dovuti all’età. Peccato però, che nei passaggi successivi del suo discorso, Napolitano parli di una scelta dettata dal cambiamento del quadro politico e che conseguentemente sia giunto il momento di riportare alla “normalità” la  vita istituzionale del Paese. Si dimette per  stanchezza o per opportunità? Francamente non è chiaro.  La normalità di cui parla Napolitano, in Italia, si avrà solamente nel momento nel quale gli elettori torneranno ad esprimersi attraverso il voto. Prima di allora, il concetto stesso di normalità non si potrà evocare. E questo mi sembra un concetto centrale quanto ovvio rispetto a quanto sta accadendo in Italia sotto la regia del Presidente.

E’ la volta poi, nel proseguo del saluto di Napolitano, dell’inevitabile (direi ineluttabile) appello ai sentimenti nazionalistici, alla necessità di restare uniti e di lottare insieme. Retorica allo stato puro. La fiducia ai cittadini si trasmette attraverso la concretezza dei fatti. Citare con angoscia e preoccupazione la crescente disoccupazione giovanile, dopo che ancora oggi, dopo un’eternità, non si intravvede una politica industriale ed occupazionale strutturata e di respiro, è piuttosto stucchevole. Non possiamo non pensare, mentre il Presidente declama la sua ultima fatica “letteraria”, ai milioni di italiani che in quel momento lo stanno guardando e sentendo con la morte nel cuore perché disoccupati e senza speranza, tagliati fuori da un mercato del lavoro sempre più spietato e povero di offerta. Questa non è retorica, è la realtà concreta e indicibile di un Paese che fino a poco tempo fa aveva un Presidente del Consiglio che elargiva paghette alle Olgettine.

Fiumi di parole, interminabili, su quanto noi italiani alla fine siamo belli e bravi perché possiamo annoverare fra noi gente come Fabrizio,  il medico di Emergency accorso in Sierra Leone per aiutare i malati di Ebola, o Serena Petriucciolo , ufficiale medico della Marina che sulla nave Etna ha aiutato una donna somala a partorire la notte di Natale. Massima stima e rispetto per queste eccezionali persone. Ma cosa c’entrano con il sistema Paese di cui un Presidente della Repubblica dovrebbe parlare e andarne fiero?

 Mi piace pensare, tirando le somme conclusive sul discorso presidenziale e allineandomi  con il manierismo retorico-sentimentale che lo ha contraddistinto, che Napolitano sia realmente stanco e che quindi abbia prevalso in lui un’impostazione buonista e rassicurante. In realtà, però, se torno per un attimo a far prevalere una certa e sana dose di cinismo e razionalità, auguro agli italiani che il 2015 porti presto un nuovo Presidente. Decisamente più giovane e meno accondiscendente verso certi patti che si consumano dalle parti di Via del Nazareno.