IL VERO PROBLEMA DEL MEZZOGIORNO

 

La c.d. “questione meridionale” occupa un posto importante nella saggistica e nella letteratura fin da prima dell’Unità d’Italia, ed a parte i proclami e le analisi basate sul sentito dire, ha prodotto studi e statistiche che hanno inteso arrivare a capire l’origine del divario Nord-Sud ed a formulare proposte per cercare di colmarlo.

 

In particolare, indigna lo stato di arretratezza economica, sociale culturale in cui esso versa, dolore ancor più profondo, se si considera che proprio nel Mezzogiorno è custodita una parte rilevantissima del patrimonio storico, archeologico, artistico, paesaggistico, museale dell’Italia intera. Tanto per dare un’idea del citato divario, al Sud risiede un terzo della popolazione italiana, ma vi si produce un quarto del PIL nazionale e si esporta un decimo; vi si concentra quasi la metà dei disoccupati e due terzi delle persone che risultano povere secondo la definizione di povertà relativa.

Il problema non è la mancanza di risorse pubbliche destinate al Mezzogiorno, poiché esso è stato da sempre destinatario di una redistribuzione imponente delle stesse, stimabile in circa il 4% del PIL nazionale l’anno, bensì il fatto che il meccanismo redistributivo ha funzionato male, a causa della gestione dei servizi pubblici che al Sud è molto peggiore rispetto al Nord a parità di risorse, insieme alla bassa competitività e scarsa capacità imprenditoriale, ed alla diffusa illegalità. Questo dato è sicuramente fondamentale per capire il permanere del divario con il Nord, che è rimasto fermo al 56% come prodotto pro capite a valori correnti, secondo dati Istat e Svimez.

Per rendersi conto di questo, basta guardare a tre capitoli della spesa pubblica, l’istruzione scolastica, la sanità, la giustizia. Sulla prima, il PISA (Program for International Student Assessment) elaborato dall’OCSE, registra per le regioni del Sud punteggi in media inferiori del 10% rispetto al resto d’Italia in lettura, matematica e scienze; sulla seconda, la quota di parti cesarei primari sul totale dei parti, che rappresenta un indicatore d’inefficienza delle cure, al Sud è del 27% contro il 19% altrove; per la terza, la durata media dei procedimenti giudiziari definiti nel contenzioso civile e commerciale è di quasi quattro anni al Sud contro due anni e mezzo nel resto del Paese. E tutto ciò, non certo per mancanza di risorse, come dicevo, o di personale, anzi. Al Sud ci sono 10 insegnanti ogni 1000 studenti invece che 9 altrove, 22 medici ogni 10.000 residenti invece che 20, addirittura 51 giudici e 310 operatori amministrativi invece di 36 e 180 nel resto del Paese.

Risulta, allora, evidente che il vero problema del Meridione è la scarsa dotazione di capitale sociale presente sul territorio rispetto al resto d’Italia, dove per capitale sociale s’intende quel complesso di competenze, di sensibilità, di attenzione al bene comune, di capacità di partecipare alla vita collettiva e di assumere iniziative e responsabilità che è assai difficile da misurare, ma che dove non c’è o scarseggia, gli effetti sono evidenti.

Se questo è, come credo, il vero problema del Mezzogiorno, la soluzione passa nel sostenere quelle isole felici di efficienza che pur esistono, e nell’offrire incentivi a chi ben opera, attraverso riconoscimenti economici, di carriera e di status sociale e, viceversa, nel disincentivare chi si lascia andare all’assistenzialismo, alle clientele, alla corruzione, piccola o grande che sia. E questo va fatto senza guardare in faccia a nessuno, per esempio ai sindacati, sempre pronti a proteggere gli associati anche di fronte all’evidenza di fatti omissivi, di negligenze o di reati, e neppure ai ricatti elettoralistici, i quali tendono costantemente a guardare al breve periodo, a mantenere lo status quo ed a non danneggiare mai nessuno, per non perdere consenso.

Con una classe politica locale coraggiosa e lungimirante, nonché inflessibile nella lotta all’illegalità, che dovrebbe essere un’assoluta priorità, con una politica redistrubitiva delle risorse rigorosamente selettiva, in grado di favorire e sostenere il capitale sociale esistente e di promuoverne la creazione per contagio sul territorio, con il sostegno ad imprenditori autentici e innovativi, capaci di creare occasioni di crescita e di competitività, valorizzando le enormi ricchezze del patrimonio culturale, col tempo, perché non è un processo che possa realizzarsi nel giro di pochi anni, forse potremo finalmente vedere quante potenzialità possiede il Mezzogiorno, e far capire all’Europa ed al mondo che l’immagine dell’Italia non è quella stereotipata dell’inefficienza e della corruzione, bensì quella della creatività e della bellezza. Il Meridione, insomma, invertendo i dati storici degli anni passati, può fin da oggi divenire la locomotiva di un nuovo rinascimento.

Ferdinando Toscano