Il presentismo senza storia

 

Nel nostro paese, ma non solo, la politica culturale dominante si ispira alla confusione osmotica tra patrimonio e svago di largo consumo, inseguendo i grandi numeri, il miraggio di folle oceaniche costituite non da esseri umani ma da compratori di biglietti che entrano nei musei come se fossero immensi luna-park dove distrarsi e stordirsi con qualcosa di insolito e inebriante, con qualche amena curiosità da vivere in modo interattivo come un passatempo qualsiasi. Il Museo come luogo di intrattenimento che produce un profitto, ovvero l’unica divinità del nostro tempo, un ritorno economico come un’azienda qualsiasi. Ma soprattutto il Museo in cui la storia è azzerata, cancellata, insieme all’idea di identità culturale.

 

“Giorno dopo giorno, anzi quasi minuto dopo minuto, il passato veniva aggiornato. […] La storia era un palinsesto che poteva essere raschiato e riscritto tutte le volte che si voleva”; “Tutti i documenti sono stati distrutti o falsificati, tutti i libri riscritti, tutti i quadri dipinti da capo, tutte le statue, le strade e gli edifici cambiati di nome, tutte le date alterate, e questo processo è ancora in corso, giorno dopo giorno, minuto dopo minuto. La storia si è fermata, non esiste altro che un eterno presente…”. Libro profetico come pochi, “1984” di George Orwell prefigura esattamente quel che accade oggi, in ogni campo della vita umana, dominata dalle fake news e dall’onnipotenza delle multinazionali hi-tech. Anche nell’arte. O meglio in quel che ormai è, tutt’al più, creatività teatralizzata al servizio del profitto, dell’investimento e dell’intrattenimento, come qualsiasi altro prodotto, gestito da un’ “avanguardia finanziaria” che ha sostituito quella artistica, così come il monetarismo è diventato l’unico monoteismo oggi dominante. Giustamente Marc Fumaroli ha più volte stigmatizzato queste storture: “Perché dissimulare al pubblico il fatto che l’arte cosiddetta “contemporanea”, che si ammanta di uno status completamente inventato per un mercato finanziario internazionale, non ha più niente in comune, né con tutto ciò che fino ad oggi è stato definito “arte”, né con i veri artisti viventi, ma non quotati in questa “borsa”?”.

La vera arte dovrebbe crescere e misurarsi nei tempi lunghi della natura e del cosmo, non in quelli effimeri dell'intrattenimento e in quelli speculativi del sistema finanziario. Avremmo bisogno di opere che entrino in quel territorio dello spirito che nella vita quotidiana viene messo da parte, attraverso un passaggio segreto nella coscienza, fino al mondo interiore. Dov’è la profondità abissale dell’esistenza in gran parte di quel che vediamo nelle fiere, nelle gallerie, nei musei pubblici, un profluvio di immagini anestetizzate che navigano sulla superficie della vita senza penetrarla neppure per un millimetro? Si è realizzato quanto profetizzato da Nietzsche, la “vetrinizzazione del mondo”, il primato della superficie sulla profondità.

Ma quel che colpisce in modo devastante è la costante cancellazione della storia e della memoria messa in atto da musei ed istituzioni pubbliche del contemporaneo parallelamente a quel che accade nei social network, in balia di “webeti” o “informatissimi idioti”, come li ha definiti Franco Ferrarotti, che sfogano i loro istinti peggiori nel dare giudizi su tutto e su tutti, senza possedere ormai qualsiasi minima coordinata storica, volti a galleggiare in un presente orizzontale e pervasivo. Sui social network tutti diventano esperti di tutto e l’ultimo dei cialtroni può dire la sua su ogni argomento con lo stesso peso del luminare che ha speso una vita per lo studio e la ricerca. Così, allo stesso modo, nel sistema dell’arte, sono sbarcate orde di “curatori indipendenti” che non sanno scrivere né conoscono la storia dell’arte, ma creano “eventi” scimmiottando qua e là teorie antropologiche o sociologiche. E visto l’ecumenismo di un sistema dell’arte che tutti accoglie benevolmente senza fare nemmeno la raccolta differenziata ecco spuntare come funghi pseudo artisti falliti nei campi originari di provenienza ed astutamente sbarcati laddove non esiste alcuna regola: ecco il giovane critico teatrale da quattro soldi che si atteggia a profeta e sciamano, il broker stressato, il gigolò stanco, l’istruttore di sci, il tecnico degli effetti speciali cinematografici, lo scenografo di terz’ordine, il trovarobe e via discorrendo.

Ormai prevale, fatte le debite eccezioni, un’arte verbale, da talk show, da intrattenimento, e non visiva: dov’è finito il potere estetico di infiammare l’anima? I tempi lunghi della contemplazione sono stati sostituiti da quelli rapidissimi, “velociferini” (per dirla con Jean Baudrillard) della connessione. Il lusso, il glamour e la superficialità hanno preso il posto della riflessione sulla bellezza e sul potere catartico dell’arte. Non a caso, in questa Italietta che esalta l’equivoco ormai devastante in cui si confonde arte ed intrattenimento/divertimento/svago, come presidente della Fondazione Palazzo Ducale di Genova è stato scelto un comico. Per non parlare della nomina a superdirettore di Villa Adriana e Villa d’Este di un curatore che come perla del proprio curriculum ha la direzione di una fiera d’arte contemporanea. Sull’onda di questo presentismo (“l’ideologia del presente”, ha detto Marc Augè) trionfante, è bene trasformare, come si sta facendo, il museo pubblico d’arte moderna e contemporanea in un puro luogo di intrattenimento dove vagare senza coordinate storiche o didattiche, senza alcuna guida di esperti, lasciando che le opere siano guardate e giudicate distrattamente con un “like”, magari dopo aver partecipato ad un fuorviante “Beauty Contest”? E’ bene disporre le opere secondo il gusto personale del direttore che si comporta come se stesse arredando la propria abitazione basandosi su accordi cromatici fra divano, tende e quadri? E la collezione permanente, ovvero la memoria storica e il cuore di ogni museo che si rispetti, può essere vista come un peso di cui sbarazzarsi invece che come una risorsa, a fronte dell’ammirazione istituzionale (vedi Roma Capitale) per presunti musei fondati sull’abusivismo e proposti come modelli? La moda, per ascendere ad “arte maggiore”, detta ormai legge (Geoff Dyer: “il mondo della moda cerca una legittimazione culturale offrendo in cambio enormi investimenti”): pensiamo all’accordo fra Fendi e Galleria Borghese o al recentissimo MAXXI Bulgari Prize. La moda vince sulla storia, il presentismo cancella la memoria. E così la Galleria Borghese, uno dei musei più belli del mondo ormai profanato dal presentismo, nel 2015 è diventato l’atelier per gli abiti di Azzedine Alaia che sono stati messi sullo stesso piano dei capolavori scultorei del Bernini… Come non pensare al lungimirante Leopardi del “Dialogo della Moda e della Morte”, quando scrive: “Moda. Io sono la Moda, tua sorella. Morte. Mia sorella? Moda. Sì: non ti ricordi che tutte e due siamo nate dalla Caducità? Morte. Che m’ho a ricordare io che sono nemica della memoria. Moda. Ma io me ne ricordo bene; e so che l’una e l’altra tiriamo parimente a disfare e a rimutare di continuo le cose di quaggiù, benché tu vada a questo effetto per una strada e io per un’altra”. Entrambe, per parafrasare ancora Leopardi, rinnovano e disfano continuamente il mondo annichilendolo.

 

 

 

Gabriele Simongini