IL FUTURO DELL’EURO? LA DOPPIA CIRCOLAZIONE

 

Emmanuele Emanuele «Troppo oneroso uscire dalla moneta unica»

Per il presidente della Fondazione Roma serve una soluzione «morbida»

«Uscire dall’euro? Si può fare. Ma è oneroso e sempre meno praticabile col passare del tempo. Meglio una soluzione morbida, come la doppia circolazione da me ipotizzata tempo fa. Una proposta oggi sposata anche da leader politici, anche se con meno chiarezza e con finalità di consenso elettorale, ma sempre valida». Emmanuele Emanuele, presidente della Fondazione Roma, non ha dubbi sul futuro della moneta unica in Italia: «Va rimodellato il progetto dell’Ue, con una revisione dei trattati in senso più aderente al disegno originario, senza escludere un ripensamento sull’adesione all’euro».

Sta dicendo che l’idea della circolazione contemporanea di euro e lira è sua, e che Berlusconi e Salvini l’hanno copiata?

«Sono problemi che affronto da decenni. In un convegno del 2011 intitolato “Può l’Italia uscire dall’euro?” dissi che occorreva pensare con urgenza a una soluzione alternativa che contemplasse uno sganciamento morbido e graduale quantomeno dall’euro, ipotizzando una reintroduzione della lira e la convivenza delle due monete. Nella stessa occasione sottolineai come una decisione del genere fosse già presente in altri Paesi come il Regno Unito, alcuni Paesi dell’est Europa, la Grecia, all’apice della crisi che l’ha interessata».

La via di mezzo può essere rappresentata dalla doppia circolazione?

«(Sorride) In un altro convegno tenuto a Roma il 27 gennaio 2016 ho spiegato che bisognava cominciare a pensare seriamente a reintrodurre la nostra originaria moneta insieme all'euro, ipotizzando una doppia circolazione: l'euro per i rapporti esterni e la lira per gli scambi interni. Cosa che succede nel Regno Unito, Danimarca, Svezia e Paesi dell'Est come Bulgaria, Romania, Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, che continuano ad avere la propria moneta nazionale, sebbene, in taluni casi, i prezzi di beni e servizi siano espressi anche in euro».

Cos'ha che non va l'euro?

«Rappresenta un'anomalia a livello mondiale. È troppo forte per un'economia debole, e non è in grado di reagire agli shock con tutti gli strumenti che, invece, i Paesi a normale sovranità monetaria possono utilizzare».

Non pensa ai rischi di un abbandono del progetto comunitario?

«L'esperienza concreta mi dà ragione. L'uscita del Regno Unito dall'Ue non sta causando alcun cataclisma a Londra, come ipotizzato da alcuni, e anzi richiama Oltremanica molti grandi imprenditori con la volontà d'investire».

Cosa è mancato secondo lei per fare dell'euro un successo?

«Sono stati sbagliati sia i tempi sia i modi come ho sostenuto in un convegno a Firenze nel 1978. Invece di fare prima l'Europa come architettura istituzionale e politica, costruirgli intorno politiche economiche e fiscali comuni, indi­ rizzi di politica estera e di sicurezza condivisi, si è preferito fare l'euro, contraddicendo ogni logica, che contempla che uno Stato prima si costituisce e poi crea la sua moneta».

Come immagina la sua Europa?

«Senza austerità e senza le scelte scellerate del nostro Paese, nel quale invece di ridurre il carico fiscale su famiglie ed imprese, si è preferito aumentarlo, senza tagliare la spesa pubblica improduttiva. Poi con la ricetta che ripeto dal 2011, e cioè come comunità di Stati federati, politicamente unita, ispirata al liberalismo, a principi di libertà, di solidarietà tra popoli, in cui il benessere diffuso e a tutela dei diritti sociali fossero obiettivi priori­ tari. Oggi siamo ben lontani dall'Europa dei popoli e dal progetto immaginato dai padri fondatori col manifesto di Ventotene che io ho condiviso nella mia gioventù. C'è una distanza siderale tra le istituzioni comunitarie, burocratiche, costose, invadenti ed i cittadini che devono affrontare quotidianamente i bisogni primari».

Insomma per fare l'euro i politici hanno pensato all'economia e non alle persone. Anche in Italia?

«Sì. Il nostro Paese è entrato in Europa sotto la spinta dell'esigenza di bilancio nella peggiore delle situazioni possibili. Le premesse di un esito così poco felice erano state getta­ te diversi anni prima. Quando nel settembre del 19921'allora Governatore della Banca d'Italia, Carlo Azeglio Ciampi, nel gestire il riallineamento della parità delle monete dello Sme (il Serpente monetario europeo) determinò una svaluta­ zione del 30% della lira».

Uscire dall'euro potrebbe avere un costo immane. Ha fatto qualche conto?

«Non io, ma l'autorevole Mediobanca in un rapporto sui costi legati alla reintroduzione della lira con riferimento al nostro debito: stima una perdita di 280 miliardi di euro, assumendo una svalutazione della lira del30% e un raddoppio del differenziale dei prezzi tra Italia e Germania».

Un bagno di sangue.

«Non esattamente. Sempre secondo il rapporto la perdita sarebbe in parte controbilanciata da un guadagno di 191 miliardi di euro grazie alla Lex monetae sui titoli in base alla legge nazionale che consentirebbe al Paese di pagare ben 932 miliardi di debito pubblico in lire. Un vantaggio che si riduce con il tempo. Più si attende più sale il costo».

Scenario possibile secondo la sua esperienza?

«Il report di Mediobanca conclude che la ristrutturazione volontaria del debito, uno scenario di Italexit, o una loro combinazione, sarà inevitabilmente presa in considerazione dagli investitori. Non c'è più tempo da perdere. La classe politica si deve mostrare finalmente responsabile. Deve mettere da parte le divisioni ed esaminare subito questa ipotesi».