CROLLA IL PREZZO DEL PETROLIO MA NON QUELLO DEI CARBURANTI

Sui prezzi dei carburanti siamo ormai abituati a un sistema di variazione a doppia velocità:

·         quando il prezzo del barile aumenta, immediatamente sale anche il prezzo dei carburanti;

·         quando il prezzo del barile diminuisce, quello dei carburanti non si abbassa con la stessa dinamica, ma in modo più lento e di minore entità.

Nel primo semestre dell’anno il barile di Brent, l’indice di riferimento per i prezzi in Europa, oscillava tra i 105 e i 115 dollari, mentre nelle ultime settimane è sceso a poco più di 60 dollari. A questa discesa veloce, però, non è corrisposto un adeguamento dei prezzi dei carburanti.  E’ come se tra le componenti del costo dei carburanti ce ne fossero alcune che hanno una notevole inerzia a scendere. Per comprendere questo fenomeno, analizziamo la composizione del prezzo dei carburanti.

Il prezzo complessivo alla pompa è composto da varie voci: il costo del petrolio, della raffinazione, del trasporto, dello stoccaggio, delle spese del punto vendita e del margine per il gestore. Sembrerebbero molte ma tutte queste voci, che contemplano spese e guadagni per diversi soggetti, ammontano soltanto al 40% circa del costo totale.

Il restante 60% è costituito invece da tasse: accise sul consumo e IVA al 22%. Riguardo alle accise, il loro ammontare è variato una quindicina di volte nella storia d’Italia, partendo dal 1935, quando fu messa un’accisa di 0,1 centesimi al litro per reperire le risorse per la guerra di Abissinia; la guerra  finì, ma l’accisa c’è ancora e in buona compagnia. Infatti, nel corso degli anni, molti governi hanno imposto nuove accise, sia per far fronte a calamità quali terremoti, alluvioni e guerre, sia per esigenze di cassa, quali il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri, l’acquisto di autobus ecologici, il finanziamento alla cultura e il decreto “Salva Italia”.

A tenere alto il prezzo dei carburanti sono anche i contratti di approvvigionamento dei distributori che in Italia, rispetto ai principali paesi europei, impediscono una vera concorrenza. La stragrande maggioranza dei distributori sono di proprietà di aziende petrolifere integrate e sono legati dal vincolo di esclusiva degli approvvigionamenti: il gestore può rifornirsi, al prezzo imposto, soltanto dalla casa madre.

In conclusione, quindi, se il prezzo del petrolio scende, il costo del carburante al netto delle tasse dovrebbe scendere in proporzione alla componente di costo della materia prima; se questo non avviene significa che le aziende petrolifere utilizzano le quote derivanti dal minor costo del petrolio per ritoccare in aumento i compensi dei vari comparti che operano nel settore.

Comunque, il maggior responsabile del prezzo alto dei carburanti è il governo il quale, per rilanciare l’economia del paese, dovrebbe porsi l’obiettivo di ridurre il costo di un bene così importante: basti pensare a quanto incide il costo dei trasporti sui prodotti di largo consumo.

Il governo dovrebbe rivedere la norma sull’accisa mobile (comma 290 della legge 244/2007), che prevede un automatismo per cui una riduzione trimestrale delle accise è compensata dalle maggiori entrate dell’IVA, che lo Stato incassa a ogni aumento del prezzo del petrolio. Sull’accisa mobile si interviene mediante decreto, e ciò è accaduto solo una volta (nel 2008, con un provvedimento a firma Visco-Bersani). E questo, solo per dire che, volendo si può fare.

Facciamo, allora, un promemoria per il governo Renzi: quando il petrolio tornerà ad alzare la testa, non si dimentichi di destinare parte dell’extra-gettito IVA alla riduzione delle accise. I fatti, però, sembrano andare nella direzione opposta, visto che, nella legge di stabilità 2015 appena approvata, è confermata la presenza di clausole di salvaguardia offerte a garanzia dal governo alla UE, che si concretizzano in progressivi e forti aumenti futuri dell’IVA e delle accise sui carburanti.

 

Giulio Cerquozzi